Nulla succede per caso - Racconto

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Nulla succede per caso - Racconto

Messaggioda Fausto Intilla » 9 aprile 2007, 22:18

Testo tratto da: “Dio=mc2”,
di Fausto Intilla
www.oloscience.com

Jack era un uomo di trent’anni, alto,robusto,affascinante e faceva il broker a Manhattan.Conduceva una perfetta vita da scapolo e abitava in un bellissimo loft a Long Island,nel Queens.Aveva una Chevrolet Corvette e un sostanzioso conto in banca.Le sue giornate lavorative iniziavano alle 7.30 A.M,con un toast francese scaldato in tutta fretta nel forno a micro-onde,e un decilitro di caffè bollente addolcito con quattro cucchiaini di zucchero.Alle 8.45 A.M le sue chiappe erano già poggiate su una comoda sedia rivestita di stoffa,a qualche ventina di metri d’altezza dal suolo ancora umido e quasi del tutto in ombra di Wall Street,in mezzo a miglioni di metri cubi di cemento,in attesa che la campanella del New York Stock Exchange,alle 9.00 esatte,desse il via agli scambi.Dopo l’inferno delle prime quattro ore di scambi,in cui i titoli solitamente raggiungono i picchi massimi della giornata,vi era la solita pausa pranzo che consisteva in un hot-dog ancora fumante affogato in un decilitro di ketchup e senape e patatine francesi,il tutto ingurgitato in posizione eretta all’angolo tra la Broadway e Pine Street.Ancora un piccolo sacrificio tra le due e le quattro PM e poi,a fine scambi, vi era la solita birra nel Greenwich con i soliti stronzi,che dopo aver perso i soliti dieci bigliettoni con qualche titolo spazzatura,non vedevano l’ora di imprecare e di gettare fiumi di merda sugli analisti della Merryl.
E alla fine via…casa,dolce casa,dove ad aspettarlo vi erano solo le ultime bollette ancora da pagare,qualche avanzo del giorno prima in frigorifero e alcuni messaggi in segreteria di qualche zoccola di turno,in cerca di qualche pollo da spennare…e magari a vita.Le donne non gli mancavano di certo,e forse ne aveva anche troppe.E infine vi era il week-end,che solitamente,quando era libero da qualsiasi impegno galante,trascorreva con i suoi genitori in una piccola casa del Woodside,discutendo con suo padre delle solite stronzate inerenti agli anni d’oro dei Giants e al futuro del Superbowl.
Jack in teoria aveva tutto…un bellissimo loft nel Sunnyside,una bella macchina,molti soldi da sperperare e un sacco di donne avvenenti alle quali non doveva neppure fare troppo il filo per portarsele a letto.Tanto volevano sempre tutte una cosa sola:i suoi soldi;e di soldi Jack,ne aveva veramente tanti.
Ma in mezzo a tutto questo ben di Dio,a Jack,mancava ugualmente qualcosa.Qualcosa che non avrebbe mai potuto comprare neanche con tutto l’oro del mondo;qualcosa in cui,col passare degli anni,aveva quasi smesso di credere,ma che al contempo,lasciava in lui una ferita aperta in grado di portarlo di giorno in giorno, in uno stato di depressione sempre più profondo.Questo qualcosa in genere,viene espresso con una semplice parolina di cinque lettere: AMORE.
Era questo che a Jack mancava,l’amore…l’amore vero,quello profondo, onesto,caldo,sincero…una perfetta fusione tra egli ed una compagna ideale,in cui in ugual misura,si da e si riceve incondizionatamente,senza false premesse,aspettative o vincoli di ogni sorta.

E così,un giorno,al termine di una delle sue tante sedute infruttuose con il suo psicanalista,salì come al solito sulla sua Chevrolet e si diresse verso casa.La sua disperazione era ormai giunta alle stelle,desiderava tanto una compagna per la vita,ma il buon Dio,sembrava non voler dar ascolto alla sua richiesta d’aiuto.
[Si consideri che nei momenti di grande sofferenza psichica,solitamente le “porte della percezione” sono assai più “aperte” del consueto,ossia,di quando un individuo gode di un certo equilibrio psico-fisico]
Poco prima di arrivare a casa,fermò l’auto davanti a un drug-store. L’inten-to era quello di entrarvi e comprare i soliti psicofarmaci.Girò la chiavetta e il motore della sua possente Chevrolet Corvette color rosso amaranto,smise di commutare l’energia termica in lavoro meccanico utile.Sospirò con lo sguardo ancora sul volante,e poi alzò lentamente il suo volto carico di tristezza,finchè il suo raggio visivo non fu perfettamente orizzontale, permet-tendogli così di leggere senza alcun impedimento,la scritta a caratteri cubi-tali,stampata sul lunotto dell’auto parcheggiata proprio di fronte alla sua:
CALIFORNIA DREAMIN’.
In quel momento Jack,rivide tutta la sua vita in un batter d’occhio;e di li a poco,iniziò a porsi una serie interminabile di domande:”Ma che senso ha tutto ciò?Ho tutto,Cristo ho proprio tutto…ma in realtà non ho nulla!Non ho nulla,io non ho nulla…
Il grande, magnifico ed onnipotente Jack…Jackass…non ha proprio nulla! La mia vita è vuota,stupida,insignificante.Ma che diavolo ci faccio qui?Che diavolo ci faccio io qui?..Fanculo…mi senti Dio?Fanculo! …fanculo, fancu-lo,fanculo e fanculo ancora una volta!”.Guardò l’ingresso del drug-store, poi iniziò ad osservarsi le mani.Smise di osservarsi le mani e fissò quella scritta sul lunotto dell’auto di fronte a sé…la fissò intensamente per qualche secondo,poi d’improvviso,portò la mano destra sulla chiavetta d’accensione e riaccese il motore.Uscì dal parcheggio e qualche isolato più avanti imboc-cò la 495ma in direzione est;circa sette km più avanti imboccò la 678ma in direzione sud.A circa dodici km più a sud,la 678ma non poteva che termina-re in un solo posto…al Kennedy Airport!…e Jack,era proprio li che voleva andare!
Non aveva con sé niente di niente,tranne il suo cappotto di lana,il passapor-to, un paio di shades [occhiali da sole;da:sunglasses…nella grande mela marcia si chiamano così]e la sua MasterCard coperta fino a centoventimila dollari.
In circa trenta minuti arrivò al Kennedy Airport;parcheggiò l’auto in sosta vietata e nel giro di pochi minuti si ritrovò davanti ad una lunga serie di check-in relativi ad una moltitudine di compagnie aeree.La prima cosa che fece,fu di informarsi sull’orario di partenza del primo volo per…Los Angeles! Miracolosamente,trovò un posto libero proprio sul primo volo che sarebbe partito nel giro di un paio d’ore.Acquistò un biglietto di sola anda-ta,e si sedette tra gli altri viaggiatori in attesa dell’imbarco.

Quattro ore dopo,mise piede a Los Angeles.
In tasca,in contanti,aveva circa settanta dollari;prese un taxi e si fece portare in un Travelodge nei pressi di Venice Beach;per sua fortuna,trovò subito una stanza.Erano le ventitre esatte di un giovedì d’inizio settembre;un giorno che Jack,avrebbe ricordato per il resto della sua vita.Si tolse il cappotto di lana e si sdraiò con un tonfo sul letto.Fece un lungo sospiro con la bocca semiaperta,incrociò le mani sul ventre e chiuse gli occhi.Era spossato.Pensò al suo posto di lavoro a New York,consapevole che al suo rientro…qualora fosse mai ritornato…l’osso,l’avrebbe già afferrato al volo qualcun altro.
Ma in ogni caso,non aveva alcun ripensamento,alcun dubbio o preoccu-pazione di ogni sorta…poiché in cuor suo sapeva di aver fatto la cosa gius-ta;Jack in quel preciso istante,sapeva di essere la persona giusta,nel posto giusto e al momento giusto!
Qualcosa di non ben definito,nella sua mente,continuava a rassicurarlo cer-cando di convincerlo sempre più,che tutto ciò che aveva compiuto nel giro di poche ore,apparteneva ad una sorta di disegno Divino.Doveva essere fatto, punto e basta!

Iniziò così a vagabondare a piedi o in bicicletta per le strade di Los Ange-les,senza alcuna meta,senza alcun progetto per il suo futuro,sentendosi come una sorta di “barbone di lusso”;con i soldi che aveva da parte,poteva benis-simo vivere in quel modo per almeno sei o sette anni.Nei primi giorni,si pre-occupò di farsi recapitare le fatture dei premi assicurativi contro malattie e infortuni, presso il Travelodge in cui alloggiava.Durante le prime settima-ne, chiamava spesso i suoi genitori,cercando invano di sedare la loro colle-ra e disperazione…l’aveva combinata davvero grossa,e ne era pienamente consapevole.Ma era consapevole,in cuor suo,anche di un’altra cosa;ossia che nonostante il dolore che aveva causato ai suoi genitori con quel suo folle gesto, in ogni caso non sarebbe mai più tornato indietro sui suoi passi.
Col passare dei mesi,le sue telefonate a New York,a casa dei suoi,divennero sempre più rare;Jack si limitò presto a spedir loro qualche cartolina di tanto in tanto,rassicurandoli sempre sul suo perfetto stato di salute.
Quando non passeggiava per Main Street o su Santa Monica Blvd,trascor-reva le sue giornate accovacciato da qualche parte sulla incantevole spiag-gia di Venice,leggendo romanzi di Asimov o di Clark,aveva sempre amato la fantascienza.
Il primo inverno per Jack,non fu poi così tremendo come egli aveva inizial-mente previsto,immaginato…quando faceva troppo freddo,invece di gironzo-lare come un cane bastonato per Venice,se ne stava rintanato nella sua stan-za al Travelodge,
leggendo o ascoltando delle vecchie canzoni di Garth Brooks,di John Den-ver,dei Beach Boys,dei Doors…gli piaceva la musica country,ma amava anche la west coast music degli anni sessanta…anni in cui,stando a quanto gli raccontava spesso suo padre,portarsi a letto una donna era facile quanto andare a bersi una birra al bar.

Alle porte dell’estate,Jack iniziò a sentirsi maledettamente triste e sconsola-to,ancor più di quanto lo era a New York,poche ore prima che s’imbarcasse per Los Angeles.Nella sua mente,aveva iniziato a farsi avanti qualche ragio-nevole dubbio su quella sua improvvisata,repentina e irrazionale partenza da New York, dove aveva lasciato senza preavviso chiunque ed ogni cosa, persino un lavoro sicuro da centomila dollari l’anno.Ma piangere sul latte versato,a quel punto era davvero inutile,e di questo se ne era fatto una ragione.
Era partito con la speranza,alimentata principalmente da quel singolare evento (che egli reputò come un vero e proprio segno del destino) della scritta sull’automobile davanti al drug-store nel quale stava per entrare,di incontrare la sua anima gemella;ma purtroppo,durante i suoi primi sette mesi di soggiorno a Los Angeles,non ebbe il piacere di conoscere neanche una donna,che avrebbe potuto seppur lontanamente dargli l’impressione di rispecchiare le caratteristiche di una potenziale anima gemella.
Era pienamente consapevole della sua nuova immagine;era cosciente del fatto che davanti agli occhi di qualsiasi donna o ragazza che avesse incon-trato e conosciuto,egli sarebbe apparso unicamente come un perdente.Come qualcuno che assai presto,davanti alla triste insegna Salvation Army,avreb-be fatto la fila insieme a tanti altri per una minestra e un pezzo di pane.
Col passare del tempo,si era convinto quasi completamente che nessuna donna sana di mente avrebbe mai accettato di intraprendere una relazione sentimentale con lui,perlomeno fin quando non avrebbe mostrato il minimo interesse nel cercarsi un nuovo impiego.Il punto è che ad egli mancava la motivazione,per cercarsi un nuovo impiego.E tale motivazione,ossia la voglia di tornare a combattere per una vita dignitosa,era convinto di poterla riacquisire unicamente con l’appoggio,la comprensione e l’amore incondi-zionato di una compagna disposta a seguirlo nella buona e nella cattiva sorte.Jack si trovava quindi tra il martello e l’incudine,e ciò gli impediva di decidere quali pesci pigliare.Era una situazione davvero assurda,dalla qua-le non sapeva più come uscire.Tornare a New York non sarebbe servito a nulla;era nella sua mente che avrebbe dovuto scattare qualcosa,il problema era dentro di lui,ne era cosciente,ma non sapeva in che modo estirparlo.
Ciò che inizialmente gli apparve come un segno del destino (la scritta sull’automobile:California Dreamin’),ora gli appariva come un tranello, come una beffa da parte dell’Onnipotente.

Luglio,iniziò con delle giornate in cui la temperatura verso le due del pome-riggio,saliva fino a trenta-trentadue gradi Celsius;ed è proprio durante una di queste giornate che Jack,ormai sempre più depresso e senza più alcuna motivazione per continuare a vivere,decise d’intraprendere l’ultimo viaggio della sua vita.Uscì verso le nove del mattino dalla sua stanza al Travelodge e si diresse verso il Boardwalk di Venice;lungo il tragitto che separava il suo Motel da Venice Beach,passò davanti a un piccolo negozio di liquori.Lo superò di qualche metro e poi improvvisamente si fermò;si accertò (con esito positivo) di avere con sé la sua carta d’identità,si voltò e con passi decisi ripercorse quei pochi metri che lo separavano dall’entrata di quel negozio.Pose la mano sulla maniglia della porta a vetro ed entrò senza alcu-na esitazione.Due giovani messicani lo guardarono in modo assai distacca-to, neutro;Jack comprò una bottiglia di whiskey e uscì da quel negozietto, incamminandosi nuovamente verso la spiaggia di Venice.
Quindici minuti dopo giunse sul Boardwalk di Venice;camminò per altri dieci minuti verso sud ,tra poca gente dal volto ancora assonnato e poi si fermò davanti all’ingresso di un altro negozio.Non si trattava questa volta di un negozio di liquori,e ne tanto meno di un drug-store nel quale avrebbe potuto entrare per acquistare degli psicofarmaci.Vi entrò e posò il sacchetto di carta contenente la bevanda omonima poco prima acquistata,su uno stretto bancone rivestito da una lucente formica bianca.
Fissò per qualche istante il personaggio che stava dall’altra parte del ban-cone,un tizio alto e robusto sulla quarantina e poi se ne uscì con questa stronzata : “Io …avrei un problema…”, disse in tono assai blando.L’unica risposta che quel tizio al di là del bancone avrebbe mai potuto dargli,che ovviamente non tardò a raggiungere le sue orecchie,fu la seguente:”Amico tutti hanno un problema a Los Angeles”.Jack sorrise con occhi mesti e smarriti alla battuta e poi continuò la frase :”…mi occorrerebbe una muta e una tavola da surf,solo per quest’oggi…”.

Circa venti minuti dopo,Jack poggiò accanto a sé la tavola da surf che ave-va appena noleggiato,un grosso sacchetto di carta nel quale aveva infilato il whiskey e la muta anch’essa appena noleggiata, e infine poggiò le sue chiappe sulla sabbia ancora umida di Venice Beach.Si accese una sigaretta e cominciò a contemplare l’oceano;poi si guardò attorno per accertarsi che non ci fossero dei poliziotti nelle vicinanze o persone comuni che avrebbero potuto infastidirlo con qualche osservazione da “cittadino modello”, estras-se la bottiglia di Jack Daniel’s che aveva nel sacchetto grande e la aprì lasciandola comunque nel suo piccolo sacchetto di carta con il quale gli era stata venduta.
Fece altri sei tiri di fumo,poi spense la sigaretta nella sabbia e cominciò a sorseggiare il whiskey.Nel giro di un’ora Jack si scolò l’intera bottiglia. Ormai completamente ubriaco,con la mente totalmente annebbiata e per di più con qualche sintomo allucinatorio ,afferrò la tavola accanto a sé e si alzò da terra barcollando.In quel preciso istante, un ragazzino dai capelli biondi gli passò accanto e con un sorriso beffardo gli fece la seguente rac-comandazione:”Hey amico,se fossi in te non uscirei con quel fossile ”.
Jack,non capì neppure le semplici parole di quel ragazzino;era talmente andato che udì solo una sorta di eco di cui non riuscì a localizzarne l’origi-ne,e forse non notò neppure la sagoma del ragazzino che gli passò ac-canto.Qualche istante dopo,si ritrovò tra le acque gelide e fortunatamente quel giorno poco mosse del Pacifico.Tutti i suoi ricordi terminarono li,tra le onde dell’oceano,a poche ventine di metri dalla sabbia fine e ormai tiepida di Venice Beach.

Trascorsero altre sedici ore…
Quando Jack riaprì gli occhi,osservò le pareti della stanza in cui si trovava e poi il letto nel quale era stato comodamente adagiato,deducendone che si trovava in una camera d’ospedale.
Indubbiamente qualcuno, sedici ore prima,accortosi del suo stato,era riusci-to a strapparlo dalle acque gelide del Pacifico.
Jack era ancora vivo,ma in quel momento egli non sapeva se rallegrarsene oppure mettersi a piangere.L’unica cosa che continuava a chiedersi,era a quale scopo Dio l’avesse salvato.
Rimase in quella camera,sotto stretta sorveglianza,per altre sei ore,poi,ver-so le sette di sera un’infermiera gli chiese se volesse mangiare in camera oppure al piano terra,nella sala mensa.
Jack,decise di andare a cenare in sala mensa,e così fece.Si mise addosso un training ,che gli era stato gentilmente offerto dall’ospedale,e si fece accom-pagnare dall’infermiera al pian terreno,fino all’ingresso della sala mensa.A quel punto l’infermiera lo lasciò ed egli entrò senza alcuna esitazione in un’enorme sala gremita per la maggior parte di pazienti,oltre che dal personale medico dell’ospedale,tutti seduti a dei tavoli da sei-otto persone e intenti a consumare la prima portata del pasto serale del giorno.Jack andò a prendere la sua razione di cibo al bancone che delimitava la sala dal locale cucina,e poi andò a sedersi in uno dei pochi posti rimasti ancora liberi tra i circa venti tavoli ormai quasi pieni che coprivano almeno due terzi della superficie dell’intera sala.Di fronte ad egli,c’era ancora miracolosamente un posto libero.
Iniziò a mettere in bocca e a masticare lentamente i primi bocconi di car-ne,con l’aria di chi avesse appena perso l’intera famiglia in un incidente aereo.In quel mentre,a circa venti metri da egli, un’infermiera varcò l’in-gresso della sala mensa spingendo una carrozzella sulla quale vi era seduta un’incantevole donna sulla trentina dai lunghi capelli biondi lisci e setati;subito l’infermiera posò lo sguardo su quel posto libero di fronte a Jack e si rivolse alla paziente in carrozzella.
“Guardi signorina Dunne,mi sembra di vedere ancora un posto libero la infondo,vicino a quel tizio con il training azzurro” [Jack].La signorina Dunne,si ravviò con una mano i capelli e poi disse la sua:”Mmm…da lon-tano si direbbe un bel ragazzo;scommetto che non esiterà nemmeno un minuto a farsi avanti sfoderando tutto il suo Ego nella speranza di apparire simpatico ed interessante…oh Dio,mi sento già assalita dalla noia ancor prima di sedermi a quel tavolo”.
L’infermiera le sorrise e la accompagnò fino al posto libero di fronte a Jack;spostò la sedia e vi mise al suo posto la carrozzella,poi si diresse verso il bancone della cucina per prenderle la prima portata.Si salutarono en-trambi con un salve assai sommesso;Jack le abbozzò un sorriso e poi tornò immediatamente serio , riponendo nuovamente lo sguardo sul suo piatto e rialzandolo di tanto in tanto , per osservare con aria smagata il resto del mondo attraverso le vetrate della sala mensa.Dopo qualche istante, l’in-fermiera tornò al loro tavolo e posò davanti alla signorina dai capelli dorati il vassoio con la prima portata.
Jack,le abbozzò ancora un sorriso e si servì nuovamente delle corde vocali.
“Buon appetito”,le disse.
Lei lo ringraziò con un semi-sorriso ,e poi prese a mangiare.
Quella donna gli piaceva moltissimo,persino l’energia che emanava,sem-brava essere positiva.E la cosa più incredibile per Jack,è che non sembrava nemmeno stupida;anzi,nonostante non avessero ancora intrapreso un vero e proprio dialogo,gli appariva come una donna assai colta e intelligente.Era come se il suo sesto senso,gli stesse facendo capire che con quella donna,se-dutasi per puro caso proprio di fronte a lui,avrebbe potuto discutere di qual-siasi cosa.
Senza neppure presentarsi,la signorina Cathrine Dunne,fissò Jack per un istante e poi se ne uscì con questa frase:”Guardi che Dio se la gode un mucchio nel vederla così triste e sconsolato.”.Al che egli rispose: ”Mmm… non credevo che Dio fosse così stronzo”.Ed essa ribattè:”Oh…lo è più di quanto lei possa immaginare”,stese il suo braccio destro verso di lui e si presentò con un sorriso smagliante:”Piacere,mi chiamo Cathrine…Cathrine Dunne”.Jack le strinse la mano e si presentò a sua volta:”Jack…Jack Caster… come il generale”.

Jack e Cathrine,rimasero seduti a quel tavolo per circa quattro ore, come se una forza misteriosa li avesse costretti ad un “dialogo forzato” ma al contempo maledettamente armonioso e rasserenante per entrambi.
Verso mezzanotte,Jack accompagnò Cathrine fino all’ingresso della sua ca-mera,salutandola e augurandole la buona notte con un sorriso e una stretta di mano.Tornò poi nella propria camera,si infilò a letto,ma non chiuse occhio per tutta la notte.
Anche Cathrine quella notte non riuscì a dormire.

La mattina seguente,i due si rividero nuovamente in sala mensa,questa volta per la colazione.Si sedettero entrambi allo stesso tavolo,uno di fronte all’al-tro,e nel momento in cui i loro sguardi si incrociarono per l’ennesima vol-ta,capirono entrambi che avrebbero trascorso ancora molto,anzi moltissimo tempo , insieme.

Jack,aveva finalmente trovato la donna della sua vita.

L’insegnamento che occorre trarre da questa storia strappa lacrime e dai contorni surreali, è che nulla succede per caso.
Tutti gli eventi,compresi quelli che ci appaiono più casuali e qundi privi di qualsiasi significato intrinseco, appartengono ad un Piano Divino che non può essere in alcun modo decifrato da una comune mente umana.Persino gli eventi più tragici e dolorosi appartengono a questo Piano Divino;è solo dopo il Male,che può sopraggiungere il Bene…e viceversa! Dice Lao Tzu:

Esiste differenza tra il sì e il no?
Esiste differenza tra il bene e il male?
Devo temere ciò che temono gli altri? Sciocchezze!
Avere e non avere emergono insieme
Facile e difficile si completano
Lungo e corto si bilanciano
Alto e basso poggiano l’uno sull’altro
Avanti e dietro si susseguono.

Ma non addentriamoci troppo, per ora,in questo tipo di riflessioni.
Nel breve racconto che vi ho esposto poc’anzi,è possibile notare facilmente in che modo in alcuni casi,si manifestino dei veri e propri sincronismi.In questo caso specifico (come del resto in tanti altri),entrambi gli individui in questione (Jack e Cathrine) non furono sfiorati dalla benché minima inten-zione-volontà di volersi conoscere (anzi,Cathrine addirittura avrebbe preferi-to evitare di sedersi a quel tavolo,poiché credeva di dover interagire,suo mal-grado,con un individuo poco digeribile).La loro mente,poco prima che i loro corpi si avvicinassero,era sgombera da qualsiasi genere di aspettativa o desiderio nei confronti di chi stavano per conoscere (Cathrine stava per conoscere Jack,e viceversa).In questo caso,si può parlare di vere e proprie “forze esterne” che hanno spinto i corpi (e successivamente le menti)dei nos-tri due simpaticoni ad interagire l’uno con l’altro.Cathrine è stata avvicinata al tavolo di Jack per una semplice scelta dell’infermiera che la stava accom-pagnando;che a ben guardare è stata a sua volta una scelta quasi del tutto ob-bligata, dettata dalle condizioni dell’ambiente in quel preciso momento (in-fatti il posto di fronte a Jack,era uno dei pochi rimasti liberi ,e fu l’unico a poter essere individuato dal campo visivo dell’infermiera da quel punto della sala!).
Per quanto riguarda Jack ,egli non aveva altra scelta che rimanere li.Anche la sua in questo caso fu una scelta quasi del tutto obbligata, ed i motivi sono i seguenti:
a) La sala mensa era assai gremita e quindi molto difficilmente (anche se nella sua mente fosse frullata l’idea di cambiare posto) avrebbe trovato un altro posto a sedere;di questo egli ne era pienamente consapevole.In questo caso l’azione di “forze esterne” è stata determinante.
b) Per una semplice questione di rispetto ed educazione,egli difficilmente si sarebbe alzato da quella sedia proprio nel momento in cui stava per sedersi qualcuno di fronte a lui.In questo caso è stata determinante l’azione di una “forza interna”, relativa alle funzioni più “alte” della sua sfera psichica, che a loro volta governano tutti i processi del comportamento.
c)La donna che si era seduta di fronte a lui,era assai attraente;e per giunta rispecchiava i canoni di bellezza fisica a lui più congeniali.Qualcuno ora potrebbe erroneamente pensare che ciò,ovvero il fascino assai marcato di questa donna,sia da intendersi come una sorta di “forza esterna” nei con-fronti del povero Jack;ebbene ciò è assolutamente falso.Sono stati gli impulsi più primordiali di Jack,ossia quelli legati principalmente alla sua libido,a determinare una sorta di forza in grado di tenerlo saldamente incollato a quella sedia.Anche in questo caso quindi,è stata determinante l’azione di “forze interne”.

Ragazzi, quando le cose debbono accadere,accadono.Punto e basta.Parlare di volontà soggettiva,è sempre altamente aleatorio.

“Veniamo trascinati dal fato verso ciò che ci rifiutiamo di avvicinare camminando a testa alta”.
Carl Gustav Jung
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